La Carnia, da cui proviene la mia famiglia paterna, Cjargne in friulano, è la parte montagnosa del Friuli.
La prima volta in cui vidi la terra natale di mio padre non c’era più nulla, soltanto una vasta desolazione. La terra aveva tremato e mio padre ci portava, me e mia sorella, a vedere i nonni, per la prima volta da quando erano tornati in patria, dopo una vita d’emigrazione in Svizzera. Uscivamo appena dall’infanzia. Quella sera il coro di Ovaro, il nostro paese, cantava; tutto era distrutto, ma loro erano in piedi e cantavano.
Anche noi abbiamo cantato. Da allora in poi, ogni estate; con i giovani, con i vecchi, con quelli che erano rimasti, con quelli che tornavano per poi ripartire. E, sempre, in cjargnel; cantavamo il dolore della partenza, la melanconia, i paesi stranieri, la nostalgia delle montagne, la vita arida, la tristezza, ma anche le gioie semplici, gli amori, la polenta, le feste, quasi sempre con le Villottes, i canti tradizionali della Carnia. Avevamo un bisogno irrefrenabile di cantare, e di cantare insieme.

A diciotto anni abbiamo scoperto il Povolar Ensemble, i testi di Giorgio Ferigo, la sua rabbia, il suo amore profondo per la sua terra e per la sua lingua. Il suo modo particolare, autentico, aspro, di raccontare il suo popolo, le sue montagne.
Sono nata lontano dalle mie origini. Sono figlia e nipote di immigrati. Appartengo alla grande nazione di coloro che cercano le proprie radici. Non sradicata nè strappata ai ricordi o a una vita, non emigrata io stessa, eppure frammentata, portando in eredità malinconia, rabbia e canti.
Vivo tra qui e là, in questo terreno intermedio da cui non si esce mai veramente. Come se fossimo il popolo delle stazioni, dei treni e delle valigie. Non del tutto di qui, non davvero di là, sempre sfasati eppure ricchi di entrambi.
Qui non si tratterà tanto di uno sguardo sul passato, quanto di un viaggio nel cuore di una lingua e di una piccola comunità, di un canto d’amore per un angolo d’Europa, di un andata semplice per il nesti Nort, il nostro polo magnetico.
Non sono una cantante lirica. Sono un’attrice, e si tratta ben qui di storie, di brevi narrazioni, di racconti cantati, allo stesso tempo intimi e universali. Testimoniano, a modo loro, di una emigrazione e di uno sradicamento visti dalla parte di quelli che rimangono.
Questi canti, li abbiamo fatti nostri. Ce ne siamo impadroniti, e l’interpretazione che ne diamo è la nostra. Canto con cio’ che c’è in me di questo “altrove”, con cio’ che c’è di più profondo, di più spensieratamente disperato e inalterabilmente, violentemente attaccato a questa valle, a queste montagne e al suo popolo duro.
I musicisti che mi accompagnano vengono da orizzonti diversi, da culture musicali multiple e meticce. Si tratta, in questo progetto, di sguardi incrociati, convergenti su un’identità arricchita da un movimento costante di va e vieni. Come i treni che ci portano, e i binari che tracciano percorsi fra le diverse culture.
Emigrant, siamo numerosi ad esserlo, ognuno a modo suo, perchè lontani da quelli che amiamo, o dal nostro luogo di origine, o dal nostro punto zero, o dalla nostra storia personale, o da noi stessi. Ma tutti inscritti in un perpetuo andirivieni fra qui e là, fra presente e passato.

Nadia Fabrizio

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