E’ difficile trovare sempre nuovi stimoli per fare teatro. Di cosa vogliamo parlare? Di terrorismo? Di inquinamento? Di corruzione? Oppure di pensioni, di precariato, di femminicidio e di barconi che affondano? C’è solo l’imbarazzo della scelta e ogni giorno esce un libro, ogni giorno vengono pubblicati centinaia di articoli su giornali e riviste, ogni giorno c’è una trasmissione in TV che ci sbatte morbosamente in faccia i mali del mondo.

«Con L’esecuzione ho cercato di raccontare l’oggi senza raccontare una storia reale con tutti i suoi intrecci. Ho seguito un percorso diverso, fatto di brevi accenni e strappi e ritorni di un passato che forse è il nostro futuro, e non intende rivelarsi del tutto. Attraverso la finzione scenica – l’attesa di una esecuzione che avrà luogo domani – prende corpo e parola nei due protagonisti, pur restando metafora, un tormento interiore estremo, accompagnato, anzi indotto, da un urgente bisogno di verità. E’ così che un uomo e una donna, nella loro solitudine, ci indicano la necessità di un riscatto, di una rinascita che può arrivare solo attraverso una spietata messa a nudo del proprio di dentro, con tutte le ferite che tale scavo procura. Direi che ce n’è un grande bisogno, in quest’epoca arrogante e filistea, le cui ferite si comprano al supermarket già cicatrizzate.

Ho sempre cercato, con il mio teatro, di fare poesia. Non è detto che ci sia riuscito, ma almeno non l’ho scartato in partenza e ho lavorato più che potevo in quella direzione, senza trascurare i contenuti, che sono alla base di ogni espressione artistica e senza i quali l’arte è solo sterile esercizio formale. La poesia ha buona vista e buone gambe e ci trasporta lontano, usa le nostre stesse parole ma le combina in un modo tutto suo e così, mettendole a nuovo, può rivelarci qualcosa che non sapevamo e portarci là dove non eravamo mai stati.

Gli spettatori vengono a teatro per ricevere un dono.  Il dono che io mi sento di offrir loro, oggi, è una ferita. La stessa che segna le ultime ore di questo disertore condannato a morte anche per i delitti che non ha commesso.».

Vittorio Franceschi

 

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