Hikikomori – “stare in disparte”, “ritirarsi” – coniato dallo psicologo giapponese Tamaki Saitō, è un termine che indica un comportamento che colpisce circa un milione di ragazzi nipponici compresi tra i 16 e i 25 anni: i soggetti rifiutano ogni tipo di rapporto con il mondo esterno e la società diventa loro completamente estranea.
Lo spettacolo porta in scena un protagonista esemplare di questa generazione, che in Europa, in parte, è individuata dalla definizione NEETNot (engaged) in Education, Employment or Training (cioè che non studia, non lavora e non fa formazione).

Nel fenomeno sociale che in Giappone è conosciuto con il nome hikikomori rientrano tutti quei soggetti, per lo più maschi adolescenti, che rifiutano ogni tipo di rapporto con il mondo esterno: la società diventa loro completamente estranea. Chiusi nella loro stanza per mesi, anni in alcuni casi, si abbandonano alla non-azione perpetua vivendo in completo isolamento e abbandono.
Hikikomori è anche il nome dei suoi protagonisti e in Giappone la parola è ormai di uso comune a indicare i momenti in cui ci si deve chiudere nella propria solitudine e si vuole, o deve, lasciare il mondo e la società. Questa condizione riflette tutta l’alienazione socio-culturale di una società in cui spesso i vincoli sociali e famigliari hanno la meglio sulla libera espressione individuale, in cui la competizione e le pressioni per la realizzazione personale sono fortissime e in cui la tecnologia ha il potere di bypassare ogni forma diretta di relazione: Hikikomori è dunque un tipico prodotto giapponese ma è anche in realtà un fenomeno universale, che coinvolge nel mondo, con modalità diverse, milioni di giovani.
Una fascia di popolazione che da una ricerca dell’ISTAT era costituita in Italia nel 2009 da più di 2 milioni di soggetti: infatti, nonostante l’Hikikomori abbia le sue radici nell’humus socio-culturale giapponese, il fenomeno si sta diffondendo in tutta Europa e il testo di Schober ci pone dinnanzi ad una semplice parola, “responsabilità”. Metamorfosi di una generazione, in silenzio.
Nel chiuso asfittico della propria stanza, come in un nido/prigione, H. il protagonista, come molti ragazzi suoi coetanei, si abbandona alla non-azione perpetua; l’unico trait d’union con il mondo esterno, negato e rifiutato, è internet, in cui ricostruire le relazioni e far vivere il proprio alter-ego.  «Il giovane H. diventa metafora di un’intera generazione, quella delle passioni tristi, accusata di aver perso o di non aver mai avuto degli ideali», dice Vincenzo Picone, regista dello spettacolo, «incapace di agire nel mondo e identificata, spesso, come una massa informe, dallo sguardo vuoto e inespressivo. È lo sguardo dei giovani di oggi, che cela uno specchio in cui siamo obbligati a rifletterci. Il rinnegare il mondo esterno chiudendosi nel buio di una stanza diventa un atto estremo di resistenza attraverso l’unica arma rimasta a disposizione, il proprio corpo. È così che H., nella sua debolezza e fragilità, rappresenta un esempio significativo per i nostri tempi liquidi, che dissolvono il pensiero uniformandolo al tutto indistinto».
Il flusso di coscienza di H., che emerge dalla solitudine della sua auto-reclusione, è contaminato da influssi kafkiani (molti i riferimenti a La tana e La metamorfosi): ossessionato dalla pulizia e dall’ordine, incapace di accettare il proprio corpo, H. non appare come un semplice disadattato, un malato, un depresso; è invece sorprendentemente lucido, e il suo gesto rivoluzionario, pregnante ne fa un eremita contemporaneo.
Come tanti adolescenti H. è preda del dubbio e della rabbia, ma diversamente da molti altri è consapevole, sceglie una condizione e un punto di vista diversi, con una determinazione fortissima. C’è un muro che separa la stanza di H., perfetta e intonsa, dallo spazio in cui vive la madre, un altrove in cui vive tutta una società, come lei, sconfitta, in cui l’amore è egoismo e possesso, in cui si vive schiavi delle apparenze. Tra loro s’insinua poi un altro personaggio: una ragazza conosciuta in chat, Rosebud (esplicito riferimento a Quarto Potere di Orson Wells), che è per H. una speranza e un monito.
Gli spettatori saranno così condotti lungo la vita di H., nei meandri della sua mente: seguendo un flashback lungo tutto lo spettacolo, esploreranno le ragioni e i pensieri di un asceta dei nostri tempi, che con il suo sguardo di bambino, senza disperazione ma con dignità, ha scelto di esprimere la propria sofferenza, sottraendosi e non arrendendosi.

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